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Padre Alberto Remondini sj

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Le relazioni al centro: il gesuita e il sociale

08 Gen 2016

I novizi accompagnati dal p. Alberto Remondini, delegato del Provinciale per l’Albania, hanno approfondito la dimensione pedagogica e di servizio del gesuita nell’ambito dell’apostolato sociale. Domenico racconta cosa è emerso

Attraverso la figura di Sant’Ignazio e le opere apostoliche della provincia, noi novizi, con padre Alberto, abbiamo riflettuto sul posto e il ruolo che la Compagnia, dalla sua fondazione sino a oggi, riserva ai poveri.

Al principio di tutto c’è una persona; una persona che muovendosi nel suo spazio, per la grandezza del suo vissuto, è portata a fare un incontro fondamentale, a entrare in relazione con un’altra persona, a costruire un ambiente in cui muoversi. Questo primo processo, che sta alla base di ogni vita umana e all’inizio di ogni incontro, ha caratterizzato la vita di Sant’Ignazio, fin dalla sua conversione e relazione con il Signore. La stessa Compagnia non avrebbe affondato le sue radici nella storia, nel tempo e nel seno della Chiesa, se Ignazio e i primi compagni non avessero interiorizzato e portato dentro di sé per tutta la loro vita gli effetti di questo incontro, tanto che l’evoluzione e il prosieguo di questa esperienza, che noi oggi riceviamo e continuiamo, pone in essere non tanto la centralità della persona, ma piuttosto la relazione che si instaura tra due persone, e ancora, tra Dio e l’uomo.

Focalizzarsi sulla relazione ci permette di mettere al centro un noi e non un tu, evitando così di porci fuori dal cerchio relazionale. La vocazione del gesuita, che per natura ama Dio, l’uomo ed il suo tempo, non può spendersi al di fuori di questo spazio, ma nasce, vive e si ricrea al contatto con quegli uomini e quelle donne che per varie ragioni vivono situazioni di sofferenza o di limite. Il contatto con i poveri non è mai un’ equazione perfetta, un esatto dare e avere, ma è piuttosto un rapporto di consegna di sé all’altro, e molto spesso, di scoperta di sé. Per questo motivo la tutela e la visibilità del povero nella nostra vita, nelle nostre città e nel nostro tempo sono l’occasione che noi abbiamo per scoprire, oltre le emergenze, le ingiustizie e le verità che sono dentro di noi, e che si palesano esternamente solo come un artificio più elaborato, di uno stato più intimo e magari più semplice. Infatti, nella nostra interiorità ci sono già, per natura e desiderio personale, le ricchezze e le povertà, la vertiginosa profondità dei sentimenti, ma anche l’indefettibile prodotto delle emozione, che risalendo e sorpassando il nostro confine, ci stupiscono, tramortiscono o, ancora peggio, ci lasciano indifferenti.

I poveri ci ricordano, quindi, la nostra storia, le nostre esperienze di peccato e di salvezza. Lo sguardo che a loro rivolgiamo, ci ridona i sentimenti e le emozioni che più ci hanno segnato, ma anche la materia più sconosciuta che abita la nostra interiorità, il luogo ove aleggia la creatività di Dio ed il mistero stesso della nostra esistenza. Allora il povero non sarà più una persona così distante da me, sarò io stesso, che chinandomi su di lui, avrò dato la mano e rialzato la parte di me che fu ferita, oltraggiata, abbandonata.

Domenico Pierro

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