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minerali insanguinati

Minerali insanguinati, in Europa trattativa aperta sulle norme di importazione

Europa

17 Feb 2016

La trattativa per definire un regolamento europeo che contrasti il commercio dei minerali provenienti da zone di conflitto sta entrando nel vivo. Consiglio dell’Unione europea, Commissione e Parlamento europei hanno avviato un negoziato per dare finalmente vita a normative che rendano obbligatoria la due diligence sulla filiera produttiva. In questa fase, la società civile si sta attivando per far pressione sulle varie istituzioni affinché si arrivi a una normativa efficace.

Ma andiamo con ordine e ripercorriamo le varie tappe dell’iter legislativo. Nel marzo 2014 la Commissione europea propone un testo sui minerali provenienti da zone di conflitto. La società civile, con molte organizzazioni cattoliche in prima fila (tra le quali il Magis), la giudicano però deludente perché prevede un sistema di autocertificazione al quale le aziende possono aderire volontariamente. Di fatto, le norme si applicano solo a 19 fonderie e raffinerie con sede nell’Unione europea e non coprono tutti i prodotti che entrano nel mercato comunitario che contengono i minerali.

A maggio 2015, il Parlamento europeo, anche grazie alle pressioni della società civile europea sia di matrice laica sia di matrice religiosa, approva un nuovo testo che chiede a tutte le aziende europee, che producono o importano componenti e prodotti finiti contenenti quattro minerali (oro, stagno, tantalio e tungsteno), di controllare in modo obbligatorio il proprio sistema di approvvigionamento, assicurandosi che non si stia alimentando i conflitti o non si sia complici di violazioni dei diritti umani. Da molte parti questa testo è apparso un successo. Nella società civile c’è molta soddisfazione.

L’iter normativo europeo è però complesso e prevede una negoziazione tra Commissione, Parlamento e Consiglio dell’Ue. «Il problema – spiega Andrea Stocchiero della Focsiv, la federazione degli organismi di volontariato internazionale cattolici – è che la negoziazione verrà fatta non sulla base del testo approvato dal Parlamento, ma sulla base di quello deciso dal Consiglio dell’Ue a dicembre. Si tratta di una normativa, a nostro parere, insufficiente perché prevede un approccio volontaristico e indebolisce di fatto quanto stabilito in maniera progressista dal Parlamento europeo».

La Focsiv e il Cidse (Coopération Internationale pour le Développement et la Solidarité, un’alleanza di 18 Ong cattoliche europee) hanno pubblicato un appello nella quale raccomandano agli Stati membri dell’Ue «di mostrare la propria leadership sulla questione sostenendo i requisiti dell’obbligatorietà della dovuta diligenza per l’intera filiera produttiva». Chiedono inoltre«di approvare un regolamento […]: garantendo che tutti gli obblighi di diligenza siano coerenti con gli standard Ocse; coinvolgendo le imprese importatrici di metalli e, in particolare, le aziende che vendono nel mercato dell’Unione Europea prodotti contenenti minerali contemplati nel regolamento; utilizzando nel regolamento un linguaggio che rifletta la natura flessibile e progressiva delle regole di dovuta diligenza».

La trattativa è in corso e si prospetta lunga. Secondo indiscrezioni probabilmente verrà approvato un regolamento che, pur provvedendo la obbligatorietà, questa riguarderebbe solo per le fonderie e gli importatori e non le piccole e medie imprese. Si tratterebbe di un compromesso al ribasso. Secondo i rappresentanti della società civile c’è però ancora margine di trattativa.

«Siamo alle ultime battute per l’adozione del regolamento europeo sui minerali dei conflitti – osserva Gianfranco Cattai, Presidente Focsiv -. È importantissimo per la dignità umana delle popolazioni più vulnerabili che l’Unione europea confermi i suoi valori fondanti decidendo a favore di un approccio comprensivo, obbligatorio ma flessibile, tenendo conto della posizione delle piccole imprese, e quindi più efficacie. Come ci incita Papa Francesco occorre agire contro una economia dell’estrattivismo che degrada l’ambiente e l’uomo, generando scarti e opulenza senza responsabilità».

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